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QCR – L’Europa di fronte a Trump

30 Gennaio 2026

L’Europa di fronte a Trump e le scelte improrogabili

Negli ultimi anni l’Europa ha smesso di potersi considerare un’isola protetta. Le trasformazioni della politica internazionale – economiche, geopolitiche, militari – non sono più uno sfondo lontano, ma incidono direttamente sulla sua capacità di decidere, di contare, persino di esistere come soggetto politico.

Il ritorno di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti ha reso questa realtà più evidente. Non perché Trump sia l’unico fattore di cambiamento, ma perché la sua politica ha accelerato dinamiche già in corso: la crisi del multilateralismo, la competizione tra grandi potenze, l’indebolimento del legame transatlantico, la riduzione dello spazio di manovra europeo.

Nell’ultimo doppio fascicolo dei Quaderni del Circolo Rosselli,  la prima parte, dal titolo L’Europa di fronte a Trump, affronta queste questioni da più angolazioni, mettendo in dialogo analisi politiche, economiche e geopolitiche. Il quadro che emerge è quello di un’Europa stretta tra pressioni esterne sempre più forti – dagli Stati Uniti alla Cina, dalla Russia ai conflitti ai suoi confini – e fragilità interne che ne limitano la capacità di risposta: divisioni politiche, difficoltà nel condividere sovranità, mancanza di una visione comune sulla sicurezza e sul ruolo internazionale dell’Unione.

Al centro del Quaderno resta una domanda essenziale: l’Europa è ancora in grado di agire come soggetto politico, oppure rischia di diventare terreno di competizione tra altri?
Una domanda che non riguarda solo le istituzioni europee o i governi nazionali, ma il modo stesso in cui l’Europa pensa il proprio futuro.

Le domande che seguono non intendono semplificare problemi complessi né offrire risposte precostituite. Nascono piuttosto dall’esigenza di aprire i testi, di rendere espliciti concetti e passaggi spesso dati per scontati, accompagnando il lettore dentro un dibattito che oggi riguarda tutti: perché capire il mondo che cambia è ormai parte integrante della cittadinanza europea.

Valdo Spini

1.
Lei parla di un vero e proprio bivio davanti al quale l’Europa si troverebbe oggi. Per chiarire questa immagine: che cosa significa, in concreto, perdere soggettività politica e in quali ambiti questa perdita è già visibile?

Si sta delineando un quadro geo-politico caratterizzato dalla politica di potenza delle grandi nazioni mondiali, in cui l’Europa, per effetto delle scelte dell’amministrazione Trump sembra aver perso, almeno in parte, il rapporto privilegiato con gli Stati Uniti d’America. Questo su vari scacchieri (Ucraina, medio oriente ecc.) richiede all’Europa una vera soggettività politica pena l’emarginazione dalle grandi scelte planetarie oggi in atto. La vicenda della Groenlandia, in pieno svolgimento mentre scrivo questa risposta, è forse il più visibile di questa perdita.

2.
Nel suo intervento richiama la necessità di un europeismo concreto, capace di affrontare insieme sfide economiche, geopolitiche e politiche. Quale potrebbe essere oggi il primo atto credibile di questo europeismo, capace di andare oltre le divisioni nazionali?

Il primo atto credibile, anche se a molti dispiace sentirlo dire, sarebbe quello di dare vita ad una difesa europea. Messi uno su l’altro i bilanci per la difesa delle singole nazioni europee equivalgono circa 2/3 del bilancio della difesa USA. Ma dal punto di vista dell’efficienza non c’è proprio confronto.

Moreno Bertoldi

1.
Lei definisce gli Stati Uniti una superpotenza estrattiva e la Cina una superpotenza che crea dipendenze, collocando l’Europa in una “tenaglia”. Qual è la differenza tra questi due modelli di potenza e perché entrambi rappresentano un problema per l’Europa?

Dalla fine della Guerra Fredda, gli Stati Uniti sono stati la superpotenza egemone e, come tale, sono stati i garanti dell’ordine internazionale basato sulle regole che essi stessi avevano contribuito a creare. Trump, pretendendo falsamente che il resto del mondo aveva approfittato della benevolenza degli Stati Uniti per depredarli, ha deciso che era venuto il momento di monetizzare l’egemonia americana. Approfittando della supremazia statunitense in campo militare, tecnologico e finanziario e facendo leva sull’accesso dell’enorme mercato interno americano, l’Amministrazione Trump è riuscita a imporre accordi commerciali ineguali, in cui il paese con cui viene raggiunto l’accordo deve, da un lato, accettare dazi elevati sulle sue esportazioni e, dall’altro lato, ridurre i suoi dazi sulle importazioni americane, nonché eliminare le barriere non-tariffarie sui prodotti statunitensi. Inoltre, se si è alleati degli Stati Uniti (come l’UE, il Giappone o la Corea del Sud), questi accordi includono, in cambio di dazi più favorevoli, anche impegni cifrati di investimento e di acquisto di prodotti americani (per esempio, nel caso dell’UE, 600 miliardi di dollari e 750 miliardi di dollari rispettivamente). Questa strategia estrattiva, volta a trasferire direttamente e indirettamente risorse altrui verso gli Stati Uniti, non solo colpisce l’industria esportatrice europea, ma sottrae altresì all’UE risorse essenziali per realizzare la transizione ambientale e digitale e per realizzare gli investimenti necessari per modernizzare e rilanciare l’economia europea preconizzati nel rapporto Draghi.

Dal canto suo la Cina negli ultimi trent’anni ha sviluppato un sistema economico volto a creare dipendenze attraverso il controllo di parti essenziali delle catene globali del valore e di materiali critici (come le terre rare) che sono indispensabili per un insieme di produzioni manufatturiere (sia civili che militari). Questo genera vulnerabilità strategiche nei partners commerciali della Cina e li costringe a non antagonizzare politicamente o economicamente Pechino. Inoltre, come si è visto recentemente, Pechino può utilizzare con successo queste dipendenze nei conflitti commerciali con gli Stati Uniti e l’UE. Per mantenere queste dipendenze, la Cina deve però continuare a investire enormemente, a scapito dei consumi, generando squilibri e sprechi. L’eccesso di capacità produttiva e gli enormi surplus commerciali (questi ultimi nel 2025 per la prima volta hanno superato i mille miliardi di dollari) sono funzionali al modello di crescita cinese, ma hanno come effetto quello di distruggere interi comparti industriali nel resto del mondo in generale e in Europa in particolare.  In una tale situazione i vantaggi del commercio internazionale vengono notevolmente ridotti e risultano fortemente squilibrati a favore della Cina e a discapito dell’Europa.

Sia nel caso degli Stati Uniti che in quello della Cina siamo in presenza di logiche predatrici che, per quanto diverse, hanno un impatto negativo sulla crescita e l’occupazione sia in Europa che nel resto del mondo.

2.
Nel suo contributo emerge l’assenza di una leadership capace di contrastare efficacemente le pressioni delle grandi potenze. L’Europa dispone già degli strumenti per sottrarsi a questa tenaglia o il vero limite è l’incapacità politica di usarli?

L’Europa dispone già degli strumenti per sottrarsi alla tenaglia o quantomeno per allentare la sua presa. Per esempio nel 2023 si è dotata dello “strumento anti-coercizione”, che consente all’UE, tramite ritorsioni commerciali o sugli investimenti, di rispondere efficacemente a eventuali ricatti economici da parte di paesi terzi. L’anno scorso il meccanismo avrebbe potuto essere attivato sia nel caso dei dazi imposti unilateralmente da Trump nel “Liberation Day” sia in risposta alle restrizioni cinesi all’esportazione di materiali critici o semiconduttori. Tuttavia, vi è una forte riluttanza a utilizzare questi strumenti, a causa delle divisioni tra gli Stati Membri dell’Unione, divisioni esacerbate dal fatto che alcuni paesi sarebbero più esposti di altre ai contraccolpi di un eventuale conflitto economico. Inoltre, nel caso degli Stati Uniti, si deve aggiungere il timore che un eventuale conflitto commerciale possa condurre a un disimpegno americano in Ucraina. Il limite principale risiede dunque non tanto nell’assenza degli strumenti necessari per contrastare efficacemente le pressioni delle grandi potenze, ma nella volontà politica di utilizzarli.

Sergio Fabbrini

1.
Lei descrive il trumpismo come un cambiamento strutturale, non come una parentesi. In che senso questa trasformazione degli Stati Uniti mette in discussione le basi su cui si è costruita l’Europa integrata nel dopoguerra?

L’Europa integrata è stata resa possibile dall’egemonia americana nel mondo occidentale. L’America accettò la formazione di una comunità economica europea non coerente con la sua visione di free trade. Lo fece perché un mercato europeo integrato e protetto costituiva la condizione per pacificare il continente occidentale, ricostruire i suoi stati membri, creare le condizioni per un’unità politica europea capace di contenere la pressione comunista (esterna e interna). In ottanta anni, l’Unione europea si è consolidata all’interno della protezione militare garantita dagli americani. Con Trump, tale complesso sistema economico-militare è stato messo in radicale discussione. L’Europa si trova da sola ad affrontare le sfide della propria sicurezza e della propria crescita.

2.
Parlando di un’Europa post-americana, lei indica una svolta ormai inevitabile. Costruire questa Europa significa rafforzare l’Unione attuale o ripensarne radicalmente assetto politico e istituzionale?

L’Unione europea è cresciuta come una potenza economica e normativa. Non ha mai dovuto affrontare sfide alla propria stessa esistenza (come quella rappresentata dall’espansionismo aggressivo del nazional-imperialismo russo), senza poter beneficiare del sistema di sicurezza della NATO. Di fronte a minacce esistenziali, l’Unione a 27 (e domani a 35) stati membri ha mostrato di non poter funzionare. Gli stati membri differiscono tra di loro per interessi e visione, il processo decisionale dell’Unione è bloccato dai poteri di veto. Questi ultimi, peraltro, impedirebbero una riforma dei Trattati, per adeguare il sistema istituzionale dell’Unione. Occorre cambiare il paradigma, ripensando l’Europa come un continente plurale strutturato intorno a diverse aggregazioni di stati, aggregazioni con diversi scopi da perseguire. Occorre andare verso l’Europa dei cerchi concentrici.

Marco Buti

1.
Nel suo intervento lei utilizza l’espressione capitale politicoChe cosa si intende con questo termine e perché oggi è diventato una risorsa così scarsa e decisiva per le scelte europee?

Un alto capitale politico è sinonimo di un basso “tasso di sconto politico”. Questo significa che il peso delle conseguenze nel più lungo termine entrano con un peso rilevante nelle scelte delle autorità, ben oltre le ripercussioni di breve o brevissimo termine. Il problema è che il dominio dei sondaggi e dei social schiaccia ogni valutazione sul presente. Questa sindrome è ancora più rilevante per decisioni a livello europeo che, spesso, non sono popolari nel breve termine. Bisogna, in altri termini scontare un “effetto J”: solo un elevato capitale politico, quindi un orizzonte temporale lungo, può permettere di superare la parte discendente del J e, se le scelte sono giuste, permettere di sfruttarne la parte ascendente. Questo non è un ragionamento teorico. Il consenso sulla creazione di NGEU nella primavera 2020 in piena crisi pandemica beneficiò di attori come Merkel, Macron e von der Leyen che, per motivi diversi (o addirittura opposti), avevano in quel frangente un basso tasso di sconto politico. E bisogna riconoscere che si riuscì a varcare delle linee rosse sull’emissione di debito comune perché, nel calendario elettorale europeo, non c’erano elezioni nel futuro immediato.

2.
Tra sovranità, modello di crescita e politica industriale lei individua tre scelte binarie cruciali. Quale di queste rappresenta oggi il nodo più urgente e rivelatore dello stallo europeo?

Credo che in questa fase, la scelta binaria fondamentale sia quella relativa alla sovranità. Si deve scegliere fra puntare sulla sovranità europea condivisa o sul sovranismo nazionale. Ed è una scelta drammatica e controvento, considerando il dominio della politica identitaria nella maggior parte degli stati membri. Stiamo di fronte ad un paradosso: in un momento storico in cui la necessità oggettiva di ‘più Europa’ si impone, si frammenta il consenso politico per andare in quella direzione. Non credo che il classico approccio ‘à la Jean Monnet’, cioè il tipico metodo funzionalista dei piccoli passi sia sufficiente. Al tempo stesso, la distanza fra necessità e fattibilità si allarga. Questo non significa che l’Unione europea sia destinata alla paralisi. Anche se contraddittorie, alcune decisioni quali quella dell’emissione di eurobond a maggioranza qualificata per sostenere l’Ucraina, come deciso al Consiglio Europeo del dicembre 2025, aprono uno spiraglio. Nel medio termine, due sono le speranze sulle quali basarci: primo, come mostrato in una recentissima indagine dell’European Council on Foreign Relations, nel resto del mondo si vede l’Europa ancora come un attore di peso nella governance mondiale – ancora di più oggi, ad un anno dall’insediamento della nuova presidenza Trump: sta a noi a crederci di più; secondo, le evidenze di Eurobarometro indicano che il consenso su maggiori competenze all’Europa fra i cittadini dell’UE è più elevato che quello che si dedurrebbe alla luce delle dispute fra i governi dei paesi membri. Alla fine, con un capitale politico sufficiente a livello nazionale, si può sfidare (e sconfiggere) la “maledizione di Juncker” secondo cui sappiamo cosa dobbiamo fare, ma non come farci rieleggere dopo averlo fatto.

Riccardo Alcaro

1.
Lei distingue tra la figura di Trump e il più ampio conservatorismo nazionalista americano. In che modo questo fenomeno va oltre Trump e perché è destinato a incidere nel lungo periodo?

Perché Trump, grazie alla presa carismatica che ha sull’elettorato conservatore, ha sdoganato un pensiero politico che tradizionalmente si trovava ai margini del campo repubblicano e che oggi ha acquisito invece centralità nella destra USA, contribuendo a delegittimare fortemente il discorso liberale e internazionalista che ha per decenni accomunato le elite di destra come di sinistra. Il nazionalismo conservatore, pur non essendo monolitico, condivide una visione dell’America come una nazione caratterizzata dalla continuità storica delle prime generazioni di europei che colonizzarono il continente molto più che da un insieme di valori e principi universalistici; il nativismo (che sfocia facilmente nel razzismo) si concilia con il nazionalismo cristiano, una visione assolutista della sovranità, insofferenza per alleanze, istituzioni e diritto internazionale, ma anche una certa indifferenza verso le norme, pratiche e istituzioni liberal-democratiche. Questa corrente di pensiero non è destinata a sparire nel prossimo futuro.

2.
Se questo impianto ideologico dovesse consolidarsi negli Stati Uniti, quanto sarebbe ancora possibile una relazione stabile con l’Europa e quali forme di autonomia l’Unione dovrebbe costruire?

Sarebbe molto difficile costruire una relazione basati su valori universalistici e interessi strategici condivisi, ma resterebbe aperta la via di una coalizione di civiltà (civilizational alliance) fra forze di destra in America ed Europa che condividono l’idea che l’Occidente sia una civiltà fatta da storia, tradizione, religione cristiana e uniformità etnica molto più che un’alleanza di stata legati da principi democratici, diritti umani, stato di diritto e interessi strategici condivisi. Questa coalizione opererebbe meno come attore internazionale e più come framework ideologico di riferimento e legittimazione reciproca che le forze di destra userebbero per rafforzare il consenso alla lotta contro i nemici interni: opposizione, elite tecnocratiche e globaliste, migranti ecc. Se questa dovesse essere la via che gli USA prenderanno, le forze liberali, socialiste e i conservatori di destra europee dovrebbero impegnarsi in una battaglia politica per un’Unione Europea più integrata come migliore garanzia per ridurre le vulnerabilità dei paesi europei all’influenza di potenze straniere ostili o comunque interessate a tenere gli europei in uno stato di dipendenza.

Adriana Cerretelli

1.
Lei descrive l’Europa nella morsa di Trump, Putin e Xi Jinping. In che modo queste tre pressioni differiscono tra loro e perché, insieme, risultano particolarmente destabilizzanti?

Fino alla pandemia del Covid, all’invasione russa dell’Ucraina e all’arrivo dell’America First di Donald Trump, l’Europa aveva vissuto e prosperato seduta su 3 dipendenze strategiche: delegando la propria  difesa agli Stati Uniti e alla Nato, sostenendo la competitività del proprio modello di sviluppo con l’energia a basso costo in arrivo dalla Russia e le promesse del grande mercato di sbocco cinese. Tutte e tre le scelte per ragioni diverse si sono rivelate sbagliate e tutte sono saltate in contemporanea. E insieme ad esse le fondamenta stesse, lontane e più recenti, dell’Europa del dopoguerra. Di qui la sua destabilizzazione parallela a quella dell’ordine mondiale e continentale. Di qui l’urgente imperativo della ricostruzione recuperando sovranità politica e autonomia economica, industriale, tecnologica e militare. Impresa titanica ma esistenziale,  questione di vita o di morte.

2.
Dal suo osservatorio emerge spesso un’Europa più reattiva che propositiva. Esistono oggi spazi concreti perché l’Europa torni a incidere sugli equilibri internazionali, e a quali condizioni?

Potenzialmente l’Europa ha tutte le risorse per risorgere dal disastro che non ha visto arrivare e che ancora si illude possa passare. Il problema è  che la rinascita, che passa per l’eurodifesa e un modello di crescita competitivo e innovativo,  richiede tempo, enormi investimenti, consenso democratico, sacrifici, visione e ambizioni comuni. Tutte condizioni decisive per farcela ma anche tutte da dimostrare nella loro concreta possibilità’ di attuazione. Alcuni  passi avanti si vedono. Ancora pero’ troppo pochi e troppo lenti.

Giorgia Giovannetti

1.
Nel suo contributo l’incertezza emerge come fattore chiave dell’economia globale. Come si traduce questa incertezza nella vita economica concreta: investimenti, crescita, stabilità?

Sicuramente in questi ultimi anni (a partire dalla pandemia) l’incertezza è aumentata e l’effetto sulla vita economica reale si vede. Gli investimenti calano perché l’incertezza rende difficile la valutazione futura, cioè, capire se è conveniente o no fare l’investimento e cambia la composizione a favore di IA, monopolisti internazionali e (alcuni) investimenti finanziari; per motivi simili cala anche il commercio: spesso chi esporta un prodotto non sa quanto finirà per pagare gli input intermedi o quanto riceverà quando sarà pagato (in particolare se le valute di fatturazione sono diverse). Come conseguenza, in una situazione di incertezza come quella attuale le imprese e i consumatori tendono ad assumere una posizione di “attesa” e ritardano le loro decisioni per acquisire informazioni più certe sul futuro prima di “agire”. Ma questo vuol dire che spesso la crescita ne risente ed è inferiore al suo potenziale, Certo ci sono anche esempi di consumatori o investitori che “amano” il rischio e quindi non “aspettano”. Ma penso che in generale l’avversione al rischio sia più forte e l’effetto negativo sull’attività economica notevole.

2.
In un contesto segnato da protezionismo e rivalità geopolitiche, l’Europa ha strumenti economici adeguati per proteggersi o il problema resta soprattutto politico e di coordinamento?

In teoria l’Europa ha strumenti economici adeguati per “proteggersi”: un grande mercato unico, una rete di accordi commerciali importanti e innovativi. Tuttavia, da un lato siamo in una fase di crisi della governance multilaterale (in particolare l’Organizzazione Mondiale del Commercio- OMC e l’approccio multilaterale agli accordi commerciali) e dall’altro il nuovo contesto geopolitico ha indotto una polarizzazione del commercio (è aumentato quello all’interno dei blocchi “amici” e diminuito quello fra blocchi diversi),  ha spinto una crescente frammentazione selettiva delle catene del valore (per ridurre la dipendenza dalle materie prime strategiche, soprattutto cinesi), ha favorito fenomeni di “friendshoring” (cioè produrre in paesi “amici” anche se meno convenienti di altri), e ha fatto emergere l’esistenza di un importante trade off fra diversificazione e efficienza, rivelando una sempre maggiore interdipendenza fra la politica commerciale e industriale. Questo contesto nuovo e incerto ha messo in evidenza una fragilità dell’Europa che dipende troppo da Stati Uniti e Cina (seppure in modo diverso) e spinge, da un lato, a rivedere le politiche commerciali e, dall’altro, ad avere “più Europa”, cioè migliorare l’efficienza del mercato unico eliminando le barriere che tuttora sussistono (es. servizi) e creare la capacità di far crescere le proprie imprese (nelle top100 imprese mondiali, le europee sono meno del 5%). Le politiche commerciali, usate anche a fini non economici -il più importante la sicurezza, ma anche un uso coercitivo delle tariffe, le sanzioni, le politiche di transizione “verde” come il Carbon Border Adjustment Mechanism CBAM, il contrasto ai sussidi esteri etc.- non bastano più: serve completare l’ unione bancaria, quella del mercato dei capitali, la liberalizzazione dei servizi e offrire alle imprese gli strumenti adeguati per aumentare la competitività. Gli obiettivi tradizionali della politica commerciale si devono affiancare quindi a nuovi obiettivi (spesso di politica interna). Ma la nuova strategia europea è ancora in fieri e il coordinamento fra paesi è essenziale per il suo sviluppo.

 

Dai diversi contributi emerge la difficoltà di tenere insieme realismo geopolitico e rispetto del diritto dei popoli e degli individui.

Alla luce delle dinamiche attuali – competizione tra grandi potenze, logica della deterrenza, ritorno della forza – ha ancora senso parlare del principio, promosso dalle Nazioni Unite, di “amicizia tra le nazioni”? È un orizzonte ancora praticabile o un linguaggio che appartiene a un mondo che non esiste più?

In un tempo in cui i rapporti internazionali sembrano sempre più governati dalla forza e dalla paura, questa domanda resta aperta.

Ed è forse proprio da qui che l’Europa è chiamata a ripensare il proprio ruolo e la propria responsabilità nel mondo.

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