Ricerche Storiche 2-2022

Rivista quadrimestrale - anno LII - maggio/agosto

Marco Mondini (a cura di)

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Informazioni tecniche

ISBN
979-12-5486-132-5
Caratteristiche
2022 • 17x24 cm • 152 pagine • brossura
ISSN
0392-162X

Descrizione

«Ciò che è venuto dopo la conclusione delle guerre mondiali è stato tutto, tranne che un ritorno al passato.

Aspettative profonde e diffuse di mutamenti epocali, attese di ricompense diffuse tra i veterani e, al contempo, desiderio di ritrovare la propria vita: come ha scritto John Horne, da oltre trent’anni la domanda su come (e quando) la guerra finisca davvero, per le collettività come per gli individui, è al centro della riflessione degli storici.

La nozione stessa di “uscita dalla guerra”, oggi dominante negli studi più innovativi, sottolinea la porosità e le aporie delle transizioni guerra-pace, soprattutto (anche se non solo) nei grandi conflitti industriali del XX secolo.

Le ombre della guerra totale sugli anni successivi al 1918 furono il diretto portato di una mobilitazione della cultura della violenza che aveva portato ad assolutizzare la minaccia del nemico in termini così radicali da rendere semplicemente impensabile, per la maggioranza delle opinioni pubbliche nei paesi vincitori, di immaginare qualcosa di meno di una vittoria totale e di una vendetta devastante sullo sconfitto.

Così, comprendere il vaso di Pandora della guerra vuol dire soprattutto essere in grado di spiegare come mai, alla fine delle ostilità, non solo un ritorno in statu quo ante fosse impossibile, ma anche una rapida smobilitazione (delle armi come degli animi) risultasse talmente complessa da invalidare qualsiasi progetto di creazione di un nuovo ordine internazionale: come scriveva già Adam Tooze in un lavoro seminale sulla ricostruzione dell’ordine mondiale anni fa, bisogna sempre fare i conti con la dimensione di crociata e di lotta contro il male che la guerra totale assunse.

Da un lato, questo comportò che le smobilitazioni politiche e militari fossero processi tutt’altro che lineari nella maggior parte dei casi. Dall’altro perché soprattutto gli uomini furono spesso incapaci di uscire da una quotidianità contraddistinta dall’esaltazione dell’odio e della distruzione.

Anche se molti veterani dopo il 1918 e dopo il 1945 preferirono censurare l’abitudine a dare la morte acquisita in anni di combattimenti (un rifiuto a testimoniare che continua a trarre in inganno sul reale impatto antropologico della guerra vissuta e dell’esperienza al fronte nel Novecento), non c’è dubbio che il 1914 fu un tornante nel rapporto tra individuo e violenza agita, una svolta per molti aspetti traumatica i cui effetti si sarebbero attenuati (in Europa occidentale, almeno) solo con la demilitarizza- zione culturale della (cosiddetta) “età posteroica”, dopo gli anni Sessanta…»

Marco Mondini

 

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