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Libro del mese – marzo 2021 – Storia illustrata del lavoro femminile in Toscana

9 Marzo 2021

Intervista ad Alessandra Nardini – Assessore Regione Toscana a Istruzione, Formazione Professionale, Università e Ricerca, Impiego, Relazioni Internazionali e Politiche di Genere.

 

 

“Penso che il volume “Storia illustrata del lavoro femminile in Toscana” rappresenti un contributo molto prezioso alla ricostruzione della storia e all’analisi di prospettiva della condizione lavorativa e sociale delle donne nella nostra regione. Di questo voglio ringraziare la casa editrice Pacini e tutte e tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione”. Le parole sono quelle di Alessandra Nardini, assessore regionale con delega anche a “Pari opportunità e azioni positive”.

Il mese di marzo è generalmente dedicato alle riflessioni sul ruolo della donna.

Quest’anno in particolare l’8 marzo va vissuto davvero come un giorno di consapevolezza, di lotta e di impegno per la tutela dei diritti di noi donne e per conquistare una piena uguaglianza nella partecipazione alla vita sociale e lavorativa nel nostro Paese. Credo anche che si debba cogliere l’occasione per rivolgere un grande grazie alle donne, lavoratrici e volontarie, che sono state in prima linea e ci hanno garantito assistenza, cura, didattica, servizi, durante questi mesi durissimi.

 

Donne in grande difficoltà durante la pandemia.

Gli squilibri tra donne e uomini precedono la pandemia, affondano le radici nel rapporto storicamente diseguale tra i due sessi. È però altrettanto vero che, dalle analisi e dai dati, questo evento epocale sta contribuendo ad acuire queste disuguaglianze in maniera ancora più pesante e sproporzionata, imponendoci di adottare una irrinunciabile prospettiva di genere nell’analizzare i fenomeni sociali ed economici in corso e nel programmare azioni conseguenti”.

 

Donne e lavoro, come commenta i dati Irpet riportati e analizzati nel volume?
Se è vero che le crisi e le recessioni precedenti a questa hanno colpito in particolare il lavoro maschile e i comparti dove tradizionalmente gli uomini sono maggiormente impiegati, come ha recentemente rilevato l’iIRPET, invece, la pandemia da Covid-19 si sta abbattendo in maniera decisamente più pesante sulle donne. Ci sono più ragioni, tra le quali il fatto che le donne sono più presenti nel settore terziario, uno tra i più colpiti, e una non equa distribuzione del lavoro di cura familiare all’interno delle coppie, rispetto alla quale il lockdown e le restrizioni hanno peggiorato la situazione, portando a una riduzione delle ore di lavoro per le donne e, dunque, a una ulteriore contrazione dei loro salari, già molto spesso inferiori a quelli dei colleghi maschi a causa del gender-gap. Se a questo aggiungiamo che, storicamente, le fasi di ripresa post-crisi favoriscono maggiormente l’occupazione maschile, capiamo che rischiamo di trovarci di fronte a un peggioramento di una situazione di disuguaglianza che rischia perpetrarsi.

 

La Toscana sembra in qualche modo un modello italiano.

Sulla Toscana è importante sottolineare come, negli ultimi anni, le disparità occupazionali si siano ridotte e come la nostra sia tra le regioni italiane con la più alta partecipazione femminile al mercato del lavoro. È un dato che viene evidenziato anche nel libro, ma ciò, evidentemente, non può essere considerato sufficiente e non possiamo certo ritenerci esclusi dalle problematiche di cui stiamo discutendo e dai grandi rischi di prospettiva. Se guardiamo i dati, infatti, il 65,7% delle toscane con età 15-64 anni è attiva sul mercato del lavoro, contro il 78,1% degli uomini. Sono dati che ci collocano in positivo sopra la media nazionale, ma che certo segnalano il permanere di un problema antico.

Andando più a fondo?

Entrando più in profondità, vediamo che tale dislivello si riduce all’aumentare del titolo di studio: i tassi di occupazione delle donne con titolo elementare o nessun titolo sono 22,9 punti percentuali più bassi degli uomini, mentre quelli delle laureate si avvicinano a quelli maschili con un divario di soli 4,8 punti percentuali. Sono valori che ci raccontano come le donne con un titolo di studio di maggiore livello non solo abbiano più opportunità di trovare occupazione, ma abbiano anche più risorse per conciliare vita lavorativa e vita familiare, un problema che continua a essere assolutamente centrale.

 

Sotto il profilo salariale?

A completare l’analisi, inevitabilmente, è fondamentale inserire una delle ingiustizie più evidenti: praticamente in tutti i settori le retribuzioni delle donne sono mediamente inferiori di quelle degli uomini e il ricorso al part-time è incredibilmente sproporzionato: il 9,7% per i lavoratori, il 32,4% per le lavoratrici, con chiare conseguenze su stipendi, contributi maturati, prospettive di carriera.

Secondo lei quali possono essere le cause?

Sono dati fortemente legati a un permanere, nel nostro mercato del lavoro e non solo, di stereotipi di genere che, pur essendosi ridotti rispetto al passato, restano comunque presentissimi e richiedono un’azione mirata e tempestiva. È un fatto, ad esempio, che all’interno della famiglia la cura di figlie e figli, anziani, persone con disabilità non sia equamente distribuita ma sia principalmente a carico delle donne. È altresì un fatto che si riscontra ancora un’oggettiva “segregazione professionale”, sia orizzontale che verticale, che vede le donne prioritariamente impiegate solo in alcuni settori, di solito meno retribuiti, e con maggiori difficoltà a raggiungere posizioni apicali, anche a causa di contratti meno stabili e a un maggior ricorso al part-time.

 

Guardando al presente?

Se veniamo, anche nella nostra Regione, alle conseguenze dirette del Covid-19 sul lavoro delle donne, vediamo che i maggiori rischi derivano dal blocco delle assunzioni e dalle proroghe dei contratti a termine, che in assenza di un recupero della domanda a breve termine rischia di trascinare molte lavoratrici verso l’area dell’inattività. Le misure anti-crisi messe in campo, inoltre, favoriscono fondamentalmente la tutela dei lavoratori stabili e questi sappiamo che sono, maggiormente, uomini. Ne è dimostrazione come, durante la pandemia, i licenziamenti volontari e i mancati rinnovi contrattuali abbiano colpito molto di più le lavoratrici rispetto ai lavoratori.

 

Cosa fare?

Alla luce di tutto questo, è evidente che qualsiasi politica per la ripartenza, qualsiasi pianificazione seria e di ampio respiro, a partire dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza legato agli aiuti europei, non possa prescindere da un approccio rigoroso e, soprattutto, integrato alle politiche di genere, dandosi l’obiettivo non solo di non annullare tutti i passi avanti che si sono faticosamente compiuti negli anni, di cui anche il libro dà una interessante rappresentazione, ma, anzi, di rilanciare con ancora maggiore forza politiche trasversali di womenempowerment che sappiano agire sull’accesso e l’orientamento all’istruzione e alla formazione, sulle politiche di welfare, sul mercato del lavoro, sull’imprenditoria.

 

La Regione ha studiato qualche misura?

Da questo punto di vista il sostegno della Regione Toscana alla parità di genere, sancito nella LR n. 16 del 2009, mira a raggiungere una piena parità di genere in ambito sociale, culturale ed economico, evidenziando proprio il carattere trasversale delle politiche di genere rispetto all’insieme delle politiche pubbliche regionali, con particolare riferimento ai settori dell’istruzione, delle politiche economiche, della sanità, della comunicazione e della formazione. In questa ottica, promuovere l’occupazione femminile significa sviluppare politiche e misure orientate non solo all’incremento quantitativo (più donne occupate), ma anche al mantenimento (occupazioni più stabili e carriere meno discontinue e frammentate) e al miglioramento della qualità dell’occupazione delle donne (più remunerata, flessibile negli orari etc.), anche tramite interventi che rafforzino i servizi educativi per la prima infanzia e di cura per anziani e disabili e l’incentivazione di forme di lavoro flessibili, favorendo in tal modo la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro femminile.

 

E poi?

Parallelamente saranno necessarie azioni culturali volte al superamento degli stereotipi di genere, allo scopo di favorire una più equa distribuzione del tempo di cura all’interno delle famiglie e di abbattere gli altri ostacoli che rendono difficilmente accessibili alle donne i ruoli apicali. Per potenziare questo approccio, nel programma di governo di questa legislatura regionale, abbiamo inserito il Progetto ATI, dal nome della donna etrusca simbolo di indipendenza, libertà ed emancipazione.

 

Che obiettivi perseguite?

Alcuni obiettivi? Supporto all’occupazione femminile, anche garantendo la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro a tutte le lavoratrici, comprese le autonome e sostegno all’imprenditoria femminile; contrasto alla violenza di genere, con particolare attenzione rivolta alle donne che ne sono vittime, in quanto più di altre necessitano di sostegno verso il recupero dell’autonomia e di un impegno nelle azioni di reinserimento lavorativo con il coinvolgimento dei Centri antiviolenza e dei Centri per l’impiego; azioni culturali e educative, a partire dalle scuole, volte al superamento degli stereotipi di genere, in famiglia, nei luoghi di lavoro, e nella società;  promozione dello studio delle materie scientifico-tecnologiche, le cosiddette STEM, tra le studentesse, attraverso adeguate politiche di orientamento e di sostegno”.

 

Donne al centro insomma?

Come Regione e come Assessorato, insomma, consideriamo quello dell’effettiva parità di genere un punto assolutamente centrale della nostra agenda e lavoreremo senza sosta e con ancora maggiore forza affinché le donne di oggi e di domani, le bambine e le ragazze, non debbano più fare i conti con retaggi assurdi e disuguaglianze inaccettabili. È una questione di giustizia e di uguaglianza e un tema che non riguarda solo le donne: una società che si priva delle loro competenze e del loro talento ė una società che non sfrutta appieno le sue potenzialità.

 

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