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Libro del mese – Luglio 2020 – I gatti ci guardano

6 Luglio 2020

“I gatti ci guardano”

Intervista all’autrice Concetta D’Angeli

Ambientato nel centro storico di Pisa, è fresco di stampa il nuovo romanzo di Concetta D’Angeli, che, nel 2016, ha vinto il premio letterario «Edizione straordinaria», pubblicando il suo primo romanzo Tempo fermo.

 

 Dopo il successo del primo romanzo, con cui si è aggiudicata il primo premio del concorso «Edizione straordinaria» quando e perché ha deciso di scrivere questo secondo libro?

Anni fa ho avuto una coppia di gatti, madre e figlio, entrambi dotati di personalità spiccate, ma molto differenti una dall’altro. Abbiamo vissuto un ottimo rapporto, io li ho amati, loro mi hanno regalato leggerezza e allegria, e credo che siano stati felici con me; quando sono morti me n’è rimasta la nostalgia. A distanza di tempo, m’è sembrato che potessero diventare i protagonisti di una storia, in fondo li conoscevo bene…

Mi affascina la diversità, e con essa gli animali, per quanto casalinghi, ci costringono a un confronto ravvicinato, a volte inquietante; inoltre penso fermamente che per le bestie, quelle domestiche, quelle selvatiche, quelle di cui moltissimi umani si cibano, dovremmo avere maggiore riguardo e, soprattutto, maggiore rispetto. Perciò nel romanzo ho messo due bestiole nella posizione principale, quella dei protagonisti appunto.

 

 

Sappiamo che è un giallo, e quindi non si può svelare troppo della trama, ma può raccontarci qualcosa della storia?

La storia si svolge in un palazzo di Pisa dove abitano personaggi che hanno varie vicende, s’innamorano, sono amici o no, litigano, si vogliono bene, insomma vite normali, banali, con le quali i due gatti protagonisti (Ginevra, siamese colta e filosofa, e Ruskin, suo figlio, sensibile e ignorante) interferiscono perché tutto quel che avviene passa attraverso il loro sguardo, le loro supposizioni, le loro riflessioni, e a volte il loro intervento è attivo. Durante la Luminara di San Ranieri nel condominio avviene un omicidio. Anche nel corso delle indagini i gatti continuano a rivestire un ruolo centrale.Alla fine saranno solo loro, non gl’investigatori umani, a conoscere la verità sull’assassinio. O almeno la dimensione fattuale della verità.

 

 

La particolarità del romanzo dunque è che ogni evento è raccontato dal punto di vista di due gatti, questo lo abbiamo svelato. È stato complesso scrivere la storia calandosi nella loro pelliccia?

Diciamo che ho fatto una traduzione. Avendo a disposizione soltanto le parole e dal momento che i felini non parlano il nostro linguaggio, gliel’ho arbitrariamente attribuito, e per ognuno dei due protagonisti ho cercato di elaborarlo in rapporto alla loro personalità. In quest’operazione mi ha influenzato uno scrittore del Seicento, Giovambattista Basile, l’autore de Lo cunto de li cunti, che in uno dei suoi racconti, Cagliuso (rielaborazione della celebre fiaba del Gatto con gli stivali), mette in bocca a una gattafurente, tradita dal padrone, una spassosa sfilza d’insulti e maledizioni di purissima marca partenopea, che nella realtà la gatta offesa avrà espresso con miagolii, brontolii, soffi, rigonfiamenti di pelliccia e di coda e salti e contorcimenti… Che altro abbiamo a disposizione, noi umani, se non povere parole per imitare tanto scialo mimico? Dobbiamo arrangiarci; e ho cercato anch’io d’arrangiarmi.

 

 

Perché ha scelto di ambientare la storia a Pisa?

Amo Pisa, dove vivo da quando mi ci trasferii per fare l’università (sono nata in un paesino del Lazio). È una città bellissima tuttavia, come tutto ciò che è bello, è anche fragile, esposta al saccheggio, all’insulto degli avidi, alla manomissione di chi persegue solo interessi economici e ritiene che lo sfruttamento – degli umani, degli animali, della bellezza – sia da perseguire con rapacità cieca. Mi scandalizza che da anni Pisa, come molte altre belle città (italiane e non solo), sia deturpata quasi ogni notte dalla cosiddetta “movida”, da una selvaggia esibizione di violenza travestita da divertimento che sconcia le nostre invidiabili piazze, trasforma in letamai le strade del centro storico, sottrae dignità alla città e ai suoi abitanti. Mi sembra una delle tante forme di quello sfruttamento che ho appena detto; e temo che altri, più radicali scempi e più dissennati propositi d’accaparramento possano trovare opportunità di affermazione se la nostra coscienza civile non rimane desta; temo insomma che la malavita organizzata si possa infiltrare, magari col pretesto di aggiornare o “migliorare” le strutture cittadine – come fa nel romanzo. Non dimentichiamoci che in Italia ospitiamo almeno tre grandi organizzazioni criminali e che il loro potere di arrembaggio è ben dimostrato, è un rischio reale.

 

 

Come di rito, ogni riferimento a persona, cosa o avvenimento è da ritenersi casuale e frutto della fantasia dell’autrice… oppure no?

Sì e no. Le personalità dei gatti protagonisti sono assolutamente veritiere: io sono una gattara e me ne intendo! Il condominio sul lungarno non esiste ma potrebbe esistere, e così i suoi abitanti; i quali, più che personaggi, sono silhouettes che ho voluto tratteggiare come stereotipi, proprio perché interpretassero figure possibili in quanto normali nella società contemporanea, gente perbene e permale, persone fra le quali viviamo ogni giorno. La novità, quello che ne altera la percezione, è lo sguardo dei gatti, attraverso il quale viene rappresentata la loro identità.

 

 

Lei ha scritto diversi saggi, come è approdata alla scrittura di romanzi? La trova più semplice o più complessa?

Enormemente più complessa perché si tratta d’inventare, bene o male, un mondo che prima non c’era. La scrittura saggistica o meglio la critica letteraria, che è stato il mio campo di lavoro, è ancillare, si serve di quello che esiste, non inventa niente, anzi le è proibito inventare. Ovviamente i critici possono essere più o meno bravi, ma comunque lavorano su qualcosa che è stato creato da altri. Anche gli scrittori sono, ovviamente, più o meno bravi, però compiono un’operazione creativa, e questo mi pare più difficile.

I romanzi mi piacciono da quando ho imparato a leggere, ne leggo di continuo, da sempre avrei voluto scriverli; me ne è mancato il coraggio, una viltà di cui non riesco a perdonarmi. Be’, adesso ho cominciato,finalmente.

 

 

I titoli dei capitoli sono piuttosto curiosi, e rappresentano quasi un’opera nell’opera… perché ha fatto questa scelta?

Mi piacciono quei titoli, li definirei narrativi, che in molti romanzi sette-ottocenteschi riassumono o anche commentano i singoli capitoli. Ho voluto imitarli un po’; e anche farne il luogo deputato alla libera espressione che l’autrice si è riservata per sé.

 

 

Il romanzo è uscito proprio nel momento più delicato del lockdown, ha pensato di organizzare eventi o presentazioni, adesso che finalmente si possono riprendere, seppur con le dovute cautele, gli incontri dal vivo?

Sì, certo, avevo pensato a una presentazione atipica, una specie di azione teatrale divertente, l’argomento del romanzo si presta; avevo anche cominciato a coinvolgere un gruppo d’attori. La pandemia ha fermato tutto ma non dispero che il progetto possa realizzarsi, magari in autunno. Penso inoltre a iniziative più tradizionali legate alle librerie, ai locali citati nel romanzo, forse perfino agli ambulatori veterinari, dato il tema…

 

 

Ha in progetto di scrivere altri romanzi?

Avendo trovato il mestiere che mi realizza, come faccio ad abbandonarlo? A dire la verità, proprio nei mesi della chiusura per la pandemia ho completato la revisione, cioè di fatto la riscrittura di un nuovo romanzo: una storia dura di donne ambientata nell’Italia dei cupi anni di piombo. È stato arduo scriverlo, ma lo amo moltissimo.

In progetto poi ho un’altra idea: la vicenda di una donna che sceglie di vivere non la propria vita ma quella di chi ama, la storia di un’alienazione.

 

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