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Libro del mese – Dicembre 2020 – Le parole di internet

18 Dicembre 2020

 

Perché era necessaria una riflessione sulle “parole” che usiamo in internet?
Soprattutto in un paese come l’Italia, tradizionalmente refrattario a una cultura della tecnologia, manca ancora la consapevolezza della trasformazione epocale, o per meglio dire antropologica, che stiamo vivendo. A due secoli dalla nascita del capitalismo, le parole di Internet sono diventate l’essenza stessa del mercato. Attraverso le parole on line si distribuiscono concetti, idee, ma anche prodotti e servizi. L’offerta pubblicitaria è a caccia dei termini di ricerca e dei contenuti digitali consultati dagli utenti per profilare questi ultimi e proporre loro offerte commerciali personalizzate. Finché non ci si rende davvero conto del valore delle parole digitalizzate non sarà facile governare questo straordinario cambiamento.

Che cosa è cambiato, nel linguaggio e nell’utilizzo, di internet dagli anni Ottanta a oggi?
Una svolta fondamentale è stata impressa negli anni 2000 dalla corsa verso la fruizione in mobilità. Il processo innescato dall’avvento dei computer portatili e poi consacrato con la nascita di smartphone e tablet ha ridotto la dimensione degli schermi su cui leggiamo i contenuti digitali. Non è un caso che parallelamente al ridimensionamento dei display si sia affermata una nuova comunicazione fatta in prevalenza di immagini e brevi video. Nell’era dell’internet “mobile” è più difficile leggere contenuti testuali, specie se di una certa complessità. Per ridare spazio alla parola scritta servirebbe uno scatto tecnologico, grazie alla diffusione di nuovi supporti che tornino a consentire una migliore fruibilità rispetto agli attuali schermi da 5,5 pollici dei cellulari.

In particolare per i giornalisti, che cosa significa scrivere e pubblicare sul web?
Serve una nuova coscienza professionale del ruolo strategico che gli intermediari digitali svolgono al servizio del pubblico. Più che in passato. Perché la filiera con cui si forma un’opinione si è molto accorciata. Un tempo una persona leggeva un fatto sul giornale, o lo ascoltava alla radio e in tv, per poi discuterne con i propri conoscenti, prima di definire una sua convinzione. Oggi chi si affaccia sui social network apprende una notizia e, in per pochi minuti, finisce per credere che tutti la pensino alla stessa maniera. E invece è stato un algoritmo, una tecnologia protetta da brevetto industriale, a proporti i post di commento che hai visto scorrere sullo stream del tuo profilo.

E allora come facciamo districarci tra hate speach e fake news nei social network?
Un grande pericolo dei social è insito nell’uniformità grafica delle pagine. Perché induce la percezione che gli attori del dibattito siano tutti alla pari. La cornice del mio profilo Facebook è la stessa che contorna il profilo di Mark Zuckerberg. Ma le nostre risorse distributive non sono le stesse. Un tale ugualitarismo apparente fa poi credere di aver diritto di intervenire su qualunque argomento, indipendentemente dalle proprie competenze. In questo grande equivoco strutturale si diffondono con facilità tecniche di disinformazione, o azioni aggressive ai danni di coloro che appaiono isolati, o in minoranza. Quando distribuiamo contenuti in rete, dovremmo sempre tener presente la complessità dell’ecosistema digitale.

In particolare che cosa è cambiato in questo periodo in cui abbiamo vissuto, e stiamo vivendo, la terribile esperienza del lock-down e di un forzato “isolamento sociale”?
L’isolamento ha reso ancora più importante l’infrastruttura digitale. Ma la sostituzione di funzioni fisiche con alternative digitali è un percorso nuovo in cui è facile sbagliare strada. Specie se ingenera la convinzione che Internet dia risposte esaustive a tutti i problemi e che l’individuo possa rendersi autosufficiente grazie alle risorse di rete. È pericoloso credere si possa fare a meno delle parole degli altri.

C’è il rischio che “le parole” si estinguano?
Da decenni Internet sta trattando le parole in forma quantitativa, come merci, o numeri. Gli algoritmi hanno archiviato in rete l’intero scibile umano e ce lo ripropongono sempre con finalità commerciali. Il gradimento e la fruibilità hanno preso il sopravvento sulla qualità dei contenuti. Ma l’automazione dei processi non garantisce il valore dei significati. Note musicali isolate non risuonano alla stessa maniera degli accordi di una sinfonia. Unici antidoti una maggiore consapevolezza del fenomeno e una visione globale del nuovo contesto culturale.

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